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La Sicilia /siˈtʃilja/ è una regione autonoma a statuto speciale, facente parte dell'Italia insulare. È la regione più estesa d'Italia (25.710 km²)[1] nonché la più estesa isola del Mar Mediterraneo, la settima d'Europa, la quarantacinquesima del mondo. Ha come capoluogo Palermo ed è abitata da 5 milioni di persone, ciò la rende, nonostante le grandi dimensioni, l'isola più densamente popolata del mediterraneo dopo Malta. È una delle mete turistiche più importanti d'Italia e nel Settecento era l'ultima tappa del Grand Tour, il viaggio che i giovani aristocratici inglesi compivano in Europa per istruirsi.
modifica Storia
La storia della Sicilia è stata influenzata dai tanti ospiti che sono passati sul suo suolo. Grazie alla sua posizione geografica, proprio al centro del mar Mediterraneo, la Sicilia ha avuto un ruolo di una certa importanza negli eventi storici che hanno avuto come protagonisti i popoli del mare nostrum. Fu parte delle colonie della Magna Grecia e di Cartagine e cercò di diventare regno indipendente con Ducezio ed Euno (che si autoproclamarono re dei Siculi rispettivamente nel V e nel II secolo a.C.). Dal 405 a.C. fino alla conquista romana fu dominata dai sovrani siracusani. La Sicilia ha patito in molti frangenti una forte subalternità politico-militare. I sovrani siracusani sono spesso riusciti ad imporre la propria supremazia nel contesto mediterraneo. Dionisio I, preso il potere, regnò su tutto il territorio della Sicilia fino a Solunto estendendone l'influenza fino al golfo di Taranto e al territorio etrusco (Pyrgi, Cerveteri, isola d'Elba). Conquistata dai romani, divenne la prima provincia romana dell'impero come Sicilia. Con la lex Rupilia gli fu riconosciuta la diversa nazionalità ed una sorta di costituzione diversa da quella dei romani. Passata dall'impero romano ai barbari e infine ai bizantini, fu il ventitreesimo thema dell'Impero Bizantino con il nome di Sikelia. Il capoluogo non ebbe mai sede fissa: si passò da Palermo, a Taormina, a Rometta, a Siracusa. Con gli arabi diventò il giardino "paradiso" del Mediterraneo, con i normanni nacque il primo parlamento d'Europa e con gli svevi furono gettate le fondamenta di una Stato amministrato da una organizzazione centrale e basato su leggi adatte. Dopo la Guerra del Vespro con la aragonese e la creazione del Regno di Trinacria, poi Regno di Sicilia), che poi però si ridusse in un vicereame e infine ritornò ad essere il Regno di Sicilia fino al 1789. Il capoluogo fu sempre Palermo, ad eccezione di un decennio nel Quattrocento, quando la corte si stabilì a Catania. Dalla Rivoluzione Francese all'Unità d'Italia: nel 1815 la corona di Sicilia fu unita a quella di Napoli nel Regno delle Due Sicilie. La Sicilia fu così divisa, come avevano secoli prima fatto per prima gli arabi, in tre reali dominii al di là del Faro: Val di Noto, Val Demone e Val di Mazara. Nel 1848 la Sicilia caccia i Borboni e dichiara l'indipendenza da ogni altro regno, offredo la corona a Carlo Felice di Savoia Duca di Genova, che la rifiuta. Lo stesso anno Ferdinando II di Borbone riconquista la Sicilia bombardando Messina, motivo per cui viene chiamato il re bomba. Con l'arrivo di Giuseppe Garibaldi e l'annessione al Regno del Piemonte, la Sicilia divenne una delle regioni italiane, ottenendo, dopo la Guerra Civile per l'Indipendenza del 1943-45, la Statuto Speciale nel 1946. L'avvicendarsi di ospiti molteplici con le loro civiltà ha arricchito la Sicilia di insediamenti urbani, di monumenti e di vestigia del passato che fanno dell'isola uno dei luoghi privilegiati dove la storia può essere rivissuta attraverso le immagini dei segni che il tempo non ha scalfito e ha tramandato sino ai nostri giorni. La Sicilia entra nell’età storica con la colonizzazione greca, che inizia con la fondazione di Nasso (Naxos) per opera dei Calcidesi e di Siracusa per opera dei Corinzi, circa la metà del VIII secolo a.C.; poco dopo sarebbe stata fondata Cuma, presso l’attuale Napoli, e questa avrebbe fondato Zancle (Messina). Nasso fondò Catania. Sorsero poi Selinunte nella seconda metà del VII secolo e Akragas (Agrigento) al principio del VI. Poco dopo i Greci giunsero i Fenici. Nel secolo VI la costa occidentale dell’isola appartiene ai Cartaginesi, fondatori di Panormo (Palermo) e di Soluto. La civiltà dei discendenti dei Greci stabilitisi in Sicilia (Sicelioti) è perfettamente analoga a quella della Grecia propriamente detta. La formazione fondamentale è la “polis”, la città; anche quando si formano Stati più vasti, questi sono pur sempre aggregati alla città. Non pare che nelle città siceliote (come neppure in quelle italiote]] vi sia stata mai la monarchia. L’aristocrazia fondiaria tenne generalmente il potere fino alla metà del secolo VI; gareggiò poi con essa la plutocrazia industriale e commerciale. Successivamente al periodo di egemonia aristocratica si ha la lotta tra l’aristocrazia e il popolo, mirante quest’ultimo ad ottenere l’uguaglianza dinanzi alla legge (donde le legislazioni attribuite a personaggi leggendari) e la partecipazione ai diritti politici. L’opposizione all’aristocrazia favorì, come in Grecia, il sorgere dei tiranni, che intorno al 500 a.C. troviamo in quasi tutte le città siciliane. La Sicilia fu, al pari della Magna Grecia, un centro di cultura greco: ricordiamo Stesicoro, Epicarmo, Sofrone, Gorgia, Empedocle. Sollecita e splendida fu la fioritura artistica, specialmente nell’architettura religiosa. Tra la fine del secolo VII e il principio del VI sorsero i primi, semplici templi a Selinunte, Agrigento, Siracusa; nel corso del VI si ebbero le grandi costruzioni dei templi dorici. Con le costruzioni architettoniche si sviluppò la decorazione sculturale: famose sono le metope di Selinunte. L’arte industriale ebbe pure larghissimo sviluppo; di grande valore estetico sono le monete delle città siceliote. Il primo posto per importanza politica in Sicilia fu Siracusa, che divenne antesignana nella lotta con Cartaginesi ed Etruschi. La sua ascesa risale al principio del V secolo sotto il tiranno Gelone, vincitore ad Imera (ca. 480) dei Cartaginesi, mentre il fratello e successore Gerone sconfisse gli Etruschi a Cuma per mare (474). Dopo la sua morte si ebbe a Siracusa una rivoluzione in senso democratico, che provocò il ristabilimento dell’indipendenza delle città siciliane assoggettate dai tiranni siracusani. Siracusa tuttavia proseguì la sua attività marittima fin nell’Italia centrale. Si ebbe ora in Sicilia un tentativo dei Siculi di liberarsi dal dominio greco e di costituire un regno proprio sotto Ducezio, tentativo che finì per fallire (460-440). Nella seconda metà del secolo V Atene venne a contrastare la potenza della dorica Siracusa, ma la grande spedizione ateniese del 415-413 a.C. finì in un disastro. Di quest’indebolimento dei Greci approfittò Cartagine per una ripresa in Sicilia, occupando nel 409 a.C. Selinunte e nel 405 a.C. Agrigento. Siracusa venne alla riscossa sotto il tiranno Dionigi il Vecchio, che però non spinse a fondo la guerra contro i Cartaginesi perché impegnato nella sottomissione delle città siceliote e nei tentativi espansionistici in Italia, ove si spinse fin nell’Adriatico superiore. Dopo la sua morte si ebbe a Siracusa un lungo periodo di sconvolgimenti, terminato nel 343 con il ristabilimento della libertà per opera di Timoleonte, il quale vinse i Cartaginesi, promosse la liberazione delle città siceliote e la loro alleanza. Siracusa riprese la politica egemonica intorno al 316 a.C. per opera del tiranno Agatocle, che sottomise le altre città greche, assunse il titolo di re (305) e combatté contro Cartagine. Lui morto (289), Siracusa tornò in libertà. Premuta nuovamente da Cartaginesi, essa, assieme ad Agrigento, invitò Pirro re dell’Epiro che era venuto in Italia su chiamata di Taranto, a combattere i Romani. Pirro passò in Sicilia e ottenne successi; ma la discordia insorse tra lui e i suoi alleati ed egli allora fece ritorno sul continente. I Cartaginesi ristabilirono la loro potenza sull’isola, mentre Siracusa doveva difendersi dai Mamertini, mercenari campani impadronitisi di Messina. Durante la guerra contro di essi si ebbe la costituzione a Siracusa della nuova tirannia di Gerone II (270) e l’intervento dei Romani, chiamati dai Mamertini. Di qui l’inizio della prima guerra punica. Questa (264-241) portò l’assoggettamento dell’isola a Roma, che ne fece la prima provincia: una parte del territorio “ager publicus e il resto venne sottoposto a tributo. Vi si mantennero tuttavia, o vi si formarono, città federate (Siracusa) e municipi romani. Durante la seconda guerra punica (218-201) vi furono ribellioni siceliote contro i Romani, principalmente di Siracusa e di Agrigento; e famoso fu l’assedio della prima (213-221) da parte dei Romani. Le misure di rigore che seguirono da parte dei vincitori recarono un grave colpo alla Sicilia. Siracusa fu fatta tributaria; la cittadinanza di Agrigento venduta schiava e sostituita con siciliani filo-romani. Le larghe confische del territorio portarono allo sviluppo del latifondo, alla diminuzione degli abitanti, alla decadenza economica dell’isola e ad una moltiplicazione di schiavi che generò le guerre servili, di cui abbastanza importante si ebbe nel 138 a.C., mescolandovisi un risveglio di sentimenti d’indipendenza isolana. Ricordiamo solo che, dopo la morte di Cesare, la Sicilia fu tenuta per alcuni anni, insieme con la Sardegna, da Sesto Pompeo, finché la flotta di Ottaviano, sotto il comando di Agrippa, disfece nel 36 a.C. quella avversaria. L’isola ebbe allora lo stanziamento di molti veterani dotati di terre, ciò che ne promosse la latinizzazione. Essa, tuttavia, nell’ordinamento delle regioni augustee, è considerata come non facente parte dell’Italia. La concessione generale della cittadinanza romana che era stata fatta da Antonio non fu mantenuta da Augusto, il quale però concesse alle principali città i diritti di municipio romano o di colonia latina. La Sicilia partecipò al processo di decadenza economica e politica dell’Impero, dopo gli Antonini. Con il nuovo ordinamento politico fatto da Diocleziano e poi da Costantino essa venne, insieme con le altre due grandi isole, a far parte dell’Italia. Ma nella metà del V secolo d.C. i Vandali, stabilitisi in Africa, s’impadronirono dell’isola e della Sardegna. Alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente, Odoacre ne ottenne la restituzione da Genserico dietro pagamento di tributo; Teodorico ne conservò il possesso senza più pagare il tributo. I Goti non fecero stanziamenti in Sicilia, rimanendo effettivamente nel dominio dei latifondisti romani (fra cui principale il vescovo di Roma) e questo facilitò la sua immediata adesione al generale imperiale Belisario quando vi sbarcò nel 535 d.C. iniziando la riconquista dell’Italia. L’isola rimase per tre secoli sotto la dominazione bizantina senza far parte né della circoscrizione italiana, né di quella africana, in dipendenza diretta da Costantinopoli, come una specie di demanio imperiale. Grandissima influenza continuò ad avervi la chiesa romana. I Longobardi, che non ebbero flotta, non misero mai piede in Sicilia. Cominciarono invece colà già nel VII secolo le incursioni musulmane dall’Africa. L’occupazione stabile dell’isola da parte dei Musulmani non ebbe inizio però se non con lo sbarco a Ma zara del Vallo nel 535. La conquista proseguì lentamente: nell’831 fu presa Palermo, nell’843 Messina, nell’859 Enna (Castrogiovanni]]. Rimase ancora ai Greci una striscia ad oriente con Siracusa, che cadde solo nell’878, e Taormina, che resse ancora fino al 902. Il dominio dei Musulmani in Sicilia fu assicurato per secoli dai loro stanziamenti dell’Italia meridionale che ne formarono come il propugnacolo, dalla divisione politica dell’Italia e dall’impotenza degli imperatori franchi e teutoni a riunirla sotto il loro dominio. Furono invece i Normanni stabilitisi nel Mezzogiorno che, prima ancora di compiere la conquista del continente, si rivolsero a togliere l’isola ai Musulmani. Ruggero I d’Altavilla iniziò l’impresa nel 1060 e la compì nel 1091 tenendo la Sicilia col titolo comitale come feudo di Roberto il Guiscardo. A lui successe Ruggero II, che alla Sicilia riunì il Mezzogiorno continentale ed ebbe nel 1130 dall’antipapa Anacleto II, e poi nel 1139 da Innocenzo II, la corona di Sicilia come feudo della Santa Sede. Gli successe il figlio Guglielmo il Malo (1154-1166), così detto per la durezza con cui egli, o piuttosto il suo potente ministro, l’ammiraglio Maione di Bari, represse le rivolte dei grandi, specialmente di Puglia. Questi si erano rivolti a Federico Barbarossa e all’imperatore bizantino Manuele I Comneno. Le milizie bizantine sbarcarono in Puglia, occupando Brindisi e Trani e posero l’assedio a Brindisi (1156). Andarono però perdute le conquiste di Ruggero II. Successo a Guglielmo I il secondogenito Guglielmo il Buono (1166-1189), il regno si andò pacificando. Nella contesa tra il papato e i comuni da una parte e il Barbarossa dall’altra, Guglielmo II stette con i primi per difendersi dalle mire imperiali. Dopo Legnano egli concluse a Venezia, al pari dei comuni lombardi, una tregua con il Barbarossa (1177) e la pace a Costanza (1183). Il che favorì un’intesa fra impero tedesco e regno normanno: Guglielmo II fidanzò l’unico discendente legittimo della dinastia, Costanza d’Altavilla, figlia di Ruggero II, con il figlio dell’imperatore Enrico (1184). Il matrimonio fu celebrato a Milano nel gennaio 1186. Morto Guglielmo II, contro Enrico VI si levò un forte partito che gli oppose un rampollo illegittimo della casa normanna, Tancredi, conte di Lecce, il quale fu riconosciuto da papa Clemente III. Una prima spedizione di Enrico VI (1191) non riuscì nella conquista del regno; una seconda, avvenuta dopo la morte di Tancredi (febbraio 1194), portò alla conquista di esso, e alla fine del 1194 Enrico prese la corona reale a Palermo. Tentativi di rivolta furono da lui ferocemente represse. Egli intendeva farsi del regno una base per una grande spedizione contro l’impero greco, ma lo morte lo sopraggiunse improvvisamente a Messina nel settembre 1197. La storia della Sicilia sotto il figlio di lui, Federico II, il quale procedette ad un riordinamento generale del regno, è narrata nella voce relativa; e il seguito di essa in quella su Manfredi. Caduto questi a Benevento (1266), Carlo I d’Angiò, al quale il pontefice aveva trasmesso il regno, ne rimase padrone; e vana riuscì la spedizione di Corradino (1268), che venne decapitato a Napoli. La Sicilia fu particolarmente malcontenta del governo angioino, innanzitutto per il suo fiscalismo. Alcune parziali sollevazioni in favore di Corradino vennero ferocemente domate con lo sterminio d’intere cittadinanze, e molti nobili furono spogliati per dare i loro beni ai Francesi. Inoltre la Sicilia si sentiva posposta a Napoli, ove Carlo aveva la sua sede. Il popolo era malcontento anche per il modo licenzioso con cui i Francesi trattavano le donne siciliane: malcontento che scoppiò nell’insurrezione dei Vespri Siciliani, iniziata il 31 marzo 1282, cui seguirono l’intervento di Pietro III d’Aragona acclamato re di Sicilia e la guerra cosiddetta del Vespro fra Angioini e Aragonesi. Con la pace di Caltabellotta (1302) la Sicilia rimase a Federico d’Aragona col titolo di re di Trinacria. Alla sua morte l’isola avrebbe dovuto tornare agli Angioini; invece Federico fece riconoscere per successore il figlio Pietro. Di qui una lunga guerra fra i due regni protrattasi inconcludente assai dannosa, con incursioni reciproche e sbarchi sulle coste e con la legislazione e l’appoggio dato a re Roberto; a Pietro successe Luigi (1342-1355). Sotto di lui e il suo successore Federico III, Giovanna di Napoli e il marito Luigi di Taranto intervennero, chiamati da molti signori, ricevettero a Messina (1356) l’omaggio dei sudditi siciliani e per qualche tempo furono nella maggior parte dell’isola. Ben presto però Federico riprese il sopravvento; e nel 1372 fu conclusa la pace, per la quale la Sicilia rimaneva alla casa cadetta aragonese come vassalla di Napoli e del papa. Morto Federico III nel 1377, la successione della figlia Maria non venne riconosciuta da Pietro IV d’Aragona del ramo principale, che cedette i suoi diritti sulla Sicilia al secondogenito Martino il Vecchio, il quale li trasmise al figlio Martino il Giovane. L’isola si divise in fazione aragonese e siciliana, della quale seconda stettero a capo i potentissimi baroni Chaiaramonte. La regina Maria fu fatta prigioniera dalla fazione aragonese, condotta in Spagnae maritata a Martino il Giovane, e questi venne coronato a Palermo (1392). Pure la guerra civile continuò sin verso la fine del secolo. Morti Maria (1402) e Martino il Giovane (1409), Martino il Vecchio re d’Aragona si dichiarò erede del Regno di Sicilia; ma, morto anche lui quasi subito dopo (1410) ed estintasi la casa d’Aragona, seguì un periodo d’interregno e confusione, finché i siciliani, al pari degli Aragonesi, riconobbero il figliolo della sorella di Martino il Vecchio, Ferdinando di Castiglia, venendo così a riunire i due regni di Aragona e di Sicilia. In Sicilia i primi re aragonesi emanarono molte costituzioni per difendere i diritti popolari dagli abusi feudali e fiscali, e costituirono definitivamente l’istituto del parlamento, un’assembla d’origine normanna composta di nobili, clero e deputati delle città regie (cioè non feudali), cui fu riservato il diritto di deliberare pace e guerra, di votare le imposte, di censurare i pubblici ufficiali. I re per tener a freno la nobiltà favorirono anche le libertà municipali; ma, nonostante tutto questo, i feudatari acquistarono un potere preponderante a danno dell’autorità regia e dei comuni. Tutto ciò portò l’isola ad una profonda decadenza. Alfonsod’Aragona re di Sicilia, figlio di Ferdinando di Castiglia, acquistò anche Napoli riunendo i due regni (1442). Ma alla sua morte (1458) la riunione ebbe termine, perché la Sicilia passò con l’Aragona al fratello Giovanni II, mentre Napoli fu lasciata da Alfonso, come acquisto personale, al figlio naturale legittimato, Ferdinando I. Con Ferdinando il Cattolico figlio di Giovanni, re di Aragona e di Sicilia, che riunì la Spagna sotto il suo governo, si ebbe di nuovo, per la conquista del Napoletano (1501-03) da lui operata contro la Francia, la riunione del Regno delle due Sicilie alla corona di Spagna, rimanendo però distinte col titolo di Regno di Napoli e Regno di Sicilia. A Palermo risiedé un vicerè. Gli Spagnoli goveranrono in Sicilia in modo assai duro: il tribunale di giustizia funzionò in maniera arbitraria e oppressiva; vennero ridotte le attribuzioni al parlamento, sempre diviso in tre bracci (ecclesiastico, baronale e demaniale); e il governo fece opera corrutrice cercando con ogni mezzo di guadagnarsi alcuni fra i rappresentanti. Inoltre gli Spagnoli monopolizzarono il commercio del grano, accrescendo la decadenza economica della Sicilia. Queste condizioni produssero rivolte, di cui si ebbe una serie a Palermo, contemporanea a quelle di Napoli, di Masaniello e dei successori: quella di Nino della Pelosa, che fu messo a morte; quella di Giuseppe Alessi, un battiloro che richiese si stabilissero i privilegi del tempo di Pietro d’Aragona e si togliessero le gabelle da tutta l’isola. Il vicerè e i nobili riuscirono a suscitare una sommossa popolare contro l’Alessi, in cui questi fu ucciso; e il popolo, privo di un capo, fu domato. Seguirono altri moti, e in ultimo, sul finire del 1649, una congiura che ebbe per capi due eloquenti avvocati, Antonio Lo Giudice e Giuseppe Pesce: la congiura fu scoperta e i due uccisi. Più tardi fu Messina ad insorgere (1674) mettendosi sotto la protezione di Luigi XIV; ma, quando questi pensò a far la pace con l’alleanza dell’Aia, ordinò lo sgombero della città (gennaio 1678), che ritornò così sotto la Spagna. Con la pace di Utrecht (1713) il Regno di Sicilia fu dato a Vittorio Amadeo II di Savoia, che nei brevi anni in cui lo tenne contese con i papi per i diritti ecclesiastici, proseguendo le dispute già intense al tempo del dominio spagnolo. La Spagna sotto la direzione dell’Alberoni tentò di riconquistare i domini italiani e nel 1718 un esercito sbarcò in Sicilia occupandola. La formazione immediata della Quadruplice alleanza costrinse la Spagna a recedere dal suo proposito; e allora la Sicilia fu ceduta all’Austria, che non aveva cessato di reclamarla, e così, riunita a Napoli passava sotto quella potenza per la ricordata pace di Utrecht. Il figlio di secondo letto di Filippo V, della nuova dinastia borbonica di Spagna, Don Carlos, durante la guerra di Successione polacca compì (1734) una spedizione vittoriosa nel regno che riacquistò in lui un re indipendente, pur essendo strettamente legato politicamente alla Spagna. Sotto di lui (Carlo III, 1734-1759) e sotto il figlio Ferdinando IV, finché fu al governo il Tanucci, si ebbe un indirizzo riformatore. Dopo il ritiro del Tanucci e soprattutto dopo l’inizio della Rivoluzione Francese prevalse un indirizzo reazionario: questo non fece che favorire nella gente colta lo sviluppo delle nuove idee (il cosiddetto giacobinismo). A Palermo si ebbe nel 1795 la congiura Di Blasi. Nel 1799 e poi nel 1806-1814 Ferdinando IV, per le pressioni dell’Inghilterra, concesse alla Sicilia nel 1812 una nuova costituzione con le due camere dei Pari e dei Comuni, di tipo inglese. Ferdinando IV era stato costretto a concedere la costituzione anche dal fatto che la nobiltà, di dubbia devozione, aveva abbandonato la monarchia. Così, il sovrano era rimasto quasi isolato e non aveva potuto resistere alle pressioni del rappresentante inglese a Palermo, Lord Bentinck. Questo spiega la soppressione del parlamento attuata dal re il 15 maggio 1815, non appena fu sicuro del suo ritorno sul trono di Napoli, e il decreto dell’8 dicembre 1816 con cui ordinava che tutti i suoi domini al di là e al di qua del Faro, cioè i due regni, sino allora distinti, di Napoli e di Sicilia, dovessero formare l’unico Regno delle due Sicilie. Quasi contemporaneamente procedeva all’abolizione delle libertà e delle franchigie della Sicilia, delle sue leggi, dei suoi ordinamenti, della sua zecca e delle sue magistrature. Ma una simile condotta destò subito nell’isola una viva opposizione, che condusse alla rivolta scoppiata nel luglio del 1820, subito dopo quella di Napoli: qui la Carboneria e i militari napoleonici avevano chiesto e ottenuto la costituzione, mentre a Palermo si voleva il riconoscimento dell’autonomia siciliana. Tuttavia questa richiesta non trovò ascolto neppure presso il nuovo parlamento napoletano, e anche i deputati videro nell’indipendenza dell’isola il perpetuarsi dei privilegi feudali più che la garanzia di una vita libera. Sicché si disposero a sottomettere con la forza Palermo e sconfessarono la convenzione firmata da Florestano Pepe il 5 ottobre, invitando Pietro Colletta che ben presto ebbe ragione della resistenza dei siciliani. Il particolarissimo palermitano non aveva affatto giovato alla rivoluzione napoletana, che si era anzi dovuta logorare nel grave e difficile problema interno. D’altronde, anche quella rivoluzione era piuttosto un ricordo del periodo napoleonico che un’anticipazione dei moti risorgimentali e, pertanto, neppure essa poté resistere a lungo all’esercito austriaco. Negli anni seguenti, che furono gli anni centrali della Restaurazione, Ferdinando I, Francesco I e, soprattutto, Ferdinando II, salito al trono nel 1830, cercarono di temperare il loro governo con un paternalismo, in diverse occasioni, moderato e che voleva apparire desideroso di nuovi metodi. Ma questo non impedì che si susseguissero diverse congiure, fra le quali la più nota è quella del 1 settembre 1831, in cui gli insorti, guidati da Domenico di Marco e appartenenti in maggioranza al ceto degli artigiani (che, allora, erano legati alla nobiltà), percorsero Palermo chiedendo la costituzione. Nel 1837 un’altra rivoluzione scoppiava a Catania e a Siracusa, favorita dalle condizioni in cui versavano le popolazioni colpite dalla carestia e dal colera. Meno avvertita fu in quest’ultimo moto l’esigenza dell’autonomia, che invece continuava ad essere sentita a Palermo, come dimostrò la rivoluzione del 12 gennaio 1848, una rivoluzione che precedette tutte le altre che scoppiarono in quell’anno, ma che pure non esercitò grande influenza proprio perché ancora animata dallo spirito d’indipendenza isolana. In un primo momento la Sicilia sperò di riuscire ad ottenere da Ferdinando II una costituzione separata, ma il parlamento, radunatosi il 25 marzo, dovette prendere atto del reciso rifiuto del re e allora dichiarò, nell’aprile, decaduta la monarchia borbonica e, dopo aver conferito a Ruggero Settimo, capo del governo provvisorio, la reggenza, facendo uso dei diritti di “Stato sovrano e indipendente”, scelse il nuovo re nella persona di Alberto Amedeo, duca di Genova e figlio di Carlo Alberto. La Sicilia troppo apertamente trasferiva sul piano italiano le sue aspirazioni autonomistiche, mostrando d’intendere la sorte della penisola come una federazione di liberi stati. Approfittando dell’isolamento in cui si trovava la Sicilia, fu più facile al Borbone, vittorioso a Napoli sul parlamento nella giornata del 15 maggio, condurre la lotta contro la Sicilia; nel settembre, Messina, lungamente bombardata dovette cedere ed entro il 1848 le truppe napoletane completavano l’occupazione della costa orientale, investendo poi, nel nuovo anno, Palermo. Nel 1849, la resistenza che questa città condusse per diverso tempo apparve troppo ai patrioti che ancora combattevano a Roma e a Venezia sotto una diversa luce perché tutti si sentivano legati allo stesso destino e la causa di uno era la causa di comune. Ma ormai non c’era più nulla da fare di fronte alla reazione che stava per trionfare in Italia e in Europa: il 15 maggio 1849 Ferdinando II ritornava in possesso di Palermo e, conseguentemente, di tutta l’isola. Era stata un’amara esperienza, che però diede i suoi frutti nel decennio successivo, quando l’opinione pubblica siciliana si orientò, come avveniva nelle altri parti della penisola, verso il Piemonte e il Cavour. Alcune insurrezioni rivelarono qual era lo stato d’animo dei Siciliani, finché il 4 aprile 1860, scoppiò la rivolta, capeggiata da Francesco Riso, che fu detta del convento della Gancia. Le truppe borboniche ne ebbero abbastanza facilmente ragione, ma essa offrì il modo a Crispi di dimostrare a Garibaldi come l’isola fosse pronta ad accogliere la spedizione che questi aveva in animosi fare, dopo però che il popolo siciliano si fosse sollevato. La campagna nell’isola contro le forze borboniche fu molto più rapida di quanto si credesse: il 14 maggio da Salemi Giuseppe Garibaldi assumeva la dittatura della Sicilia in nome di Vittorio Emanuele II; il giorno dopo sconfiggeva il nemico a Calatafimi, aprendosi la via per Palermo, ove giungeva il 27 maggio. Il 2 giugno il generale formava un ministero, nel quale la figura predominante era il Crispi e, poco dopo, scacciava dall’isola l’inviato di Cavour, il La Farina, ma accettava la collaborazione del Depretis, pure inviato da Cavour, nominandolo anzi prodittatore. Con la battaglia di Milazzo del 20 luglio tutta la Sicilia era liberata e la spedizione continuava nel continente. Tuttavia una non indifferente parte della classe dirigente isolana era contraria ad un’annessione pura e semplice e avrebbe voluto conservare una certa autonomia, ma Cavour, facendo votare per la fusione, infranse queste aspirazioni. I ceti popolari, nel passaggio dalla società feudale, in cui godevano di diritti che ne alleviavano le condizioni, alla società borghese quale fu introdotta violentemente nell’isola, ebbero maggiormente a soffrire, e, pertanto, alimentarono quello che fu detto il fenomeno del brigantaggio, fenomeno sociale di ribellione al nuovo dominio della borghesia che le leggi del parlamento italiano consolidavano. Tale triste situazione portò alla rivolta di Palermo del settembre del 1866, in cui si trovarono unite a combattere il governo della Destra e le due opposizioni: da un lato la reazionaria del clero e delle classi popolari e dall’altro la democratica e repubblicana, che raccoglieva parte della borghesia delusa dell’unità. Per sette giorni Palermo fu tenuta sotto scacco dagl’insorti e si dovette mandare il generale Cadorna per aver ragione della rivolta. Dal 1886 al 1894 le condizioni dell’isola invece di migliorare peggiorarono, soprattutto in conseguenza della rottura dei rapporti commerciali con la Francia nel 1887 che danneggiò notevolmente l’agricoltura meridionale. Nelle campagne il disagio dei contadini era aggravato dall’occupazione, da parte dei borghesi, delle terre demaniali, che destò una viva resistenza e che portò al tragico episodio di Caltavuturo (gennaio 1893), quando la truppa sparò sui contadini uccidendone undici, mentre nelle campagne e nelle zolfare gli operai chiedevano o lavoro o aumento dei salari. Intanto, a cominciare dal 1890-91, la propaganda socialista era penetrata nell’isola ed erano sorti, numerosi, i Fasci dei lavoratori. Il movimento, che si estendeva sempre più, favorito dalla cattiva situazione economica, fu affrontato dal secondo governo Crispi con la forza: fu decretato lo stato d’assedio e sospesa la libertà di stampa, furono sciolti i Fasci e gli arrestati deferiti ai tribunali militari. Le condizioni dell’isola non migliorarono granché, neppure durante il decennio giolittiano che anzi, col protezionismo industriale, peggiorò la situazione del Meridione in grande prevalenza agricolo. Dopo la prima guerra mondiale anche in Sicilia, come nelle altre regioni del Sud, frequenti furono le invasioni dei terreni da parte dei contadini affamati di terra e desiderosi di strapparne un pezzetto al feudatario o al grosso latifondista. Ma il regime totalitario non riuscì a risolvere nessuno dei problemi siciliani (nemmeno quello della mafia, che pure si vantò di aver estirpato), sicché tutti quei problemi si ritrovarono immutati dopo la seconda guerra mondiale. Gli sbarchi anglo-americani, nel luglio del 1943, provocarono danni notevoli e solo lentamente la Sicilia si risollevò. Intanto, però, riprendeva forza l’antica tendenza all’autonomia, che nel secolo scorso aveva spinto i siciliani a chiedere il distacco dall’Italia. Si trattava di un movimento sostenuto in particolare dai latifondisti che paventavano eventuali riforme agrarie; esso tenne agitata la vita dell’isola per diversi anni, finché si andò spegnendo, anche per l’istituzione con D. lgs. 15 maggio 1946, della Regione Sicilia, che concedeva l’autonomia amministrativa. Nell’aprile del 1947 veniva eletto il primo parlamento siciliano. modifica Geografia
La Sicilia è l'isola più grande del mar Mediterraneo. A nord si affaccia sul mar Tirreno, a est è divisa dal resto della penisola italiana dallo stretto di Messina ed è bagnata dal mar Ionio, a sud-ovest è divisa dall'Africa dal canale di Sicilia. La Sicilia ha una forma "triangolare" i cui vertici sono: Capo Peloro (o Punta del Faro) a Messina, al vertice nord-orientale, Capo Boeo (o Lilibeo) a Marsala, al vertice nord-occidentale, Capo Passero a Portopalo, al vertice sud. modifica Geologia
L'eruzione di Stromboli nel 1980.
Geologicamente, il versante nord appartiene alla stessa placca tettonica della penisola italiana (la placca eurasiatica), mentre per il versante sud la placca di appartenenza è quella africana; lo scorrimento della placca africana che si immerge sotto quella euroasiatica ha determinato la creazione dei rilievi montuosi della regione, nonché la presenza di frequenti attività sismiche sia di origine tettonica che vulcanica. Tra 5,96 e 5,3 milioni di anni, durante il Messiniano (ultima fase del periodo Miocene), il Mediterraneo rimase isolato dall'oceano Atlantico probabilmente a causa di un aumento dell'attività tettonica. Ciò portò alla crisi di salinità: il mar Mediterraneo iniziò ad evaporare più velocemente e la concentrazione del sale aumentò. Carbonati e solfati vennero depositati in grandi quantità sui fondali e ne è rimasta traccia a lungo nelle miniere di salgemma e gesso che si possono trovare tuttora nelle province di Agrigento, Caltanissetta ed Enna[2]. Un fenomeno geologico peculiare è il vulcanesimo sedimentario delle Macalube, in provincia di Agrigento. Questo raro fenomeno ha creato la cosiddetta collina dei Vulcanelli, un'area brulla, di colore dal biancastro al grigio scuro, popolata da una serie di vulcanelli di fango, alti intorno al metro. Il fenomeno è legato alla presenza di terreni argillosi poco consistenti, intercalati da livelli di acqua salmastra, che sovrastano bolle di gas metano sottoposto ad una certa pressione. Il gas, attraverso discontinuità del terreno, affiora in superficie, trascinando con sé sedimenti argillosi ed acqua, che danno luogo ad un cono di fango, la cui sommità è del tutto simile ad un cratere vulcanico. Il fenomeno assume talora carattere esplosivo, con espulsione di materiale argilloso misto a gas ed acqua scagliato a notevole altezza.[3] modifica VulcaniA causa della sua posizione, a cavallo delle due importanti placche tettoniche, la regione e le isole circostanti sono interessate da un'intensa attività vulcanica. I vulcani più importanti sono: Etna, Stromboli e Vulcano. Essi hanno la singolarità di appartenere a tre tipologie differenti: eruzioni di lave basaltiche intervallate a periodi di calma il primo; eruzioni continue, e fontane di lava, il secondo, le cui caratteristiche sono state prese come modello tipologico dagli scienziati del settore, che hanno coniato il termine Tipo stromboliano per designare le attività similari dei vulcani terrestri; infine di tipo esplosivo o pliniano il terzo, caratterizzato da lunghi periodi di apparente calma ed eruzioni violente. Infine si ricorda l'attività eruttiva che nell'Ottocento, nella zona del canale di Sicilia oggi denominata banco di Graham, ha portato alla nascita dell'effimera isola Ferdinandea. modifica IsoleIl territorio della Sicilia comprende anche diverse isole minori, quali l'arcipelago delle Eolie o Lipari e Ustica a nord, e quello delle Egadi ad ovest nonché, a sud, le isole di Pantelleria, Lampedusa, Linosa, e altre minori. L'arcipelago di cui fa parte anche l'isola di Malta è geograficamente (ma non politicamente) parte integrante della Sicilia. Malta, peraltro, è stata unita politicamente alla Sicilia fino al 1798, quando fu occupata (per circa due anni) da Napoleone Bonaparte. Le Isole Pelagie, invece, sono geograficamente legate alla Tunisia, ma politicamente fanno parte della provincia di Agrigento. modifica RilieviÈ una regione prevalentemente collinare (per il 62% del territorio), mentre per il 24% è montuosa e per il restante 14% è pianeggiante (la pianura più grande è quella di Catania). Il rilievo è vario e, mentre nella Sicilia orientale si può riconoscere nei monti Peloritani, Nebrodi e Madonie l'ideale continuazione dell'Appennino calabro,anche se per molti l'appennino di Sicilia ha delle caratteristiche proprie, non è raro infatti trovare testi o esperti di geologia parlare di Appennino Siculosenza fonte. Si trova nelle Madonie la seconda vetta più alta dell'isola: il pizzo Carbonara (1979 metri). Al centro della Sicilia vi sono i monti Erei su cui si trova, a 949 M.di altezza, la città di Enna; mentre nella fascia sud-orientale tra la provincia ragusana e quella siracusana troviamo i monti Iblei. Ad ovest sorgono altri monti dall'altezza variabile, come i Sicani, la cui cima più alta è il monte Cammarata di 1.578 metri, e i monti che circondano la Conca d'Oro,i monti di Palermo dove ai loro piedi si stende Palermo, città capoluogo di questa regione, continuazione delle Madonie e dunque dell'Appennino Siculo, i monti di palermo, possiedono cime che arrivano anche sui 1050 metri d'altezza, è il caso di Monte Cuccio visibile da tutta l'area metropolitana di Palermo. Etna: Ad est si erge, visibile dallo Stretto di Messina, nonché dalla cima calabrese dell'Aspromonte, la cima innevata dell'Etna, alto 3.323 metri. Con le sue frequenti eruzioni, l'Etna ha ricoperto il territorio circostante della sua lava nera. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, però, la vicina piana di Catania, una delle province della regione, che sorge lungo il litorale, non è di origine vulcanica, bensì di origine alluvionale, essendo stata creata dai detriti trasportati nei secoli dal fiume Simeto. modifica CosteDi forma triangolare, la Sicilia ebbe nell'antichità il nome di Trinacria e Triquetra. Le coste settentrionali, alte e rocciose, si aprono sul Mar Tirreno con frequenti ed ampie insenature, come i golfi di Castellammare del Golfo, di Palermo, di Termini Imerese, di Patti, di Milazzo e molti altri minori che ospitano ampie spiagge coperte di finissima sabbia. Ad est la costa ionica è più varia; strette spiagge di ghiaia fin quasi a Taormina e fra la foce del fiume Alcantara e Riposto; frastagliata verso sud, con insenature e baie come quella di Giardini Naxos; laviche come ad Acireale, e di aspre scogliere basaltiche fino a Catania. L'ampio golfo di Catania presenta una spiaggia di sabbia dorata ma al suo termine la costa riprende ad essere rocciosa con una serie di fiordi tra cui quello di Brucoli. Quindi l'ampia baia di Augusta, che ospita il più grande porto commerciale della Sicilia, e il golfo di Siracusa nel quale la costa riprende ad essere sabbiosa fino quasi a Capo Passero. L'esteso litorale meridionale, caratterizzato prevalentemente da una costa bassa e sabbiosa, presenta un'unica rientranza di rilievo: il golfo di Gela sul quale si affacciano ben tre province: Agrigento, Caltanissetta e Ragusa. modifica Fiumi e laghiI fiumi siciliani sono tutti di portata ed estensione limitate. Quelli appenninici a nord vengono chiamati fiumare, e sono a carattere torrentizio in quanto d'estate sono quasi perennemente in secca. Gli unici corsi d'acqua che raggiungono delle dimensioni apprezzabili sono il Salso o Imera Meridionale, il più lungo dell'isola, e il Simeto, quello con il bacino idrografico più ampio. I principali corsi d'acqua sono: l'Alcantara, il Simeto e il suo affluente Gornalunga, l'Anapo (che sfociano sul litorale ionico); il Torto, l'Imera settentrionale e l'Oreto (che sfociano su quello tirrenico); il Dirillo, il Gela, il Salso o Imera meridionale, il Platani e il Belice (costa meridionale). Per quanto riguarda i laghi, pochissimi sono quelli di origine naturale. Uno dei pochi rimasti è il lago di Pergusa che nei mesi estivi si riduce ad una pozza. Più numerosi sono invece i laghetti costieri come ad esempio il Biviere di Gela (riserva naturale LIPU), i pantani di Pachino, Tindari e Messina. I fiumi più importanti sono stati sbarrati creando invasi artificiali sfruttati per usi civili ed irrigui. Tra le dighe più importanti si segnalano: lago dell'Ancipa e il lago Pozzillo (il maggiore dell'isola), il lago Arancio, il lago di Piana degli Albanesi, il lago di Ogliastro, il lago Dirillo e il lago Disueri, tutti di una portata minima modifica Clima
L'Etna innevato.
Il clima della Sicilia è mediterraneo, con estati calde e inverni miti. Sulle coste, soprattutto quella sud-occidentale, il clima risente maggiormente delle correnti africane e si verificano estati torride. Generalmente l'estate siciliana è calda e scarsamente piovosa ma secca e ventilata, soprattutto nelle zone interne dove gli indici di umidità sono bassissimi. Più umide, ma in genere non afose, le zone lungo le coste che inoltre sono beneficate anche del regime delle brezze marittime e in generale da una frequente ventilazione. Le zone interne, i rilievi del Tirreno e l'Etna sono le zone più fredde e nevose dell'isola. Sui rilievi più alti dell'isola (Etna, Madonie, Nebrodi) la neve cade abbondante. Considerando solo le grandi-medie città costiere dell'isola si scopre che Palermo è quella che più frequentemente può essere leggermente imbiancata da un breve strato di neve, Messina è la città più piovosa mentre Catania può registrare, grazie alla presenza della piana più grande dell'isola, le temperature più basse e più alte. I capoluoghi montani dell'isola, Ragusa, Caltanissetta ed Enna, ricevono apporti nevosi ogni inverno o quasi. Le piogge sono più scarse nelle zone interne e lungo le coste meridionali mentre si presentano più abbondanti sulle coste tirreniche e soprattutto sul messinese e l'etneo. La neve sulle coste è rara e più frequente su quelle tirreniche. In casi eccezionali si sono verificate nevicate a Lampedusa (febbraio 1942 e lievemente nel febbraio 1956) e Pantelleria (gennaio 1905, febbraio 1956 e gennaio 1981 e lievemente nel marzo 1949, gennaio 1979 e gennaio 1999). La Sicilia orientale, dal messinese al siracusano, è spesso interessata da fenomeni alluvionali e violenti nubifragi. Il 17 ottobre del 1951 una stazione meteorologica vicino Lentini (tra Siracusa e Catania) registrò 702mm di pioggia, uno degli accumuli giornalieri più alti d'Italia. Quello stesso giorno una stazione di Catania totalizzò 499mm. Soprattutto nelle stagioni intermedie non è raro che spiri lo scirocco, il vento proveniente dal Sahara, ma è in estate che questo vento può far schizzare le temperature minime sopra i 30° e le massime oltre i 45° (il record europeo di temperatura più alta è siciliano ed è detenuto dalla cittadina di Catenanuova dove il 10 agosto del 1999 si toccarono i 48,5°). Secondo un luogo comune la piovosità siciliana è scarsa ma questo è vero solo in alcune aree più ristrette della regione come le coste meridionali e alcune zone interne in ombra pluviometrica. Il resto dell'isola ha una piovosità più o meno in media con le altre zone d'Italia e in molti casi anche sopra la media pluviometrica nazionale. Addirittura alcune zone dell'etneo sono tra le più piovose d'Italia con medie pluviometriche stimabili oltre i 1300mm. Il problema pluviometrico reale dell'isola è che nel periodo estivo le precipitazioni diventano scarse, in alcuni anni del tutto assenti e comunque la distribuzione delle piogge è estremamente irregolare nel tempo e nello spazio. Tale andamento pluviometrico si ripercuote sull'approvvigionamento idrico, che si rivela deficitaria in alcune province dove sono frequenti le crisi idriche. Questa tabella riassume i dati raccolti dalle tre stazioni meteorologiche presenti in Sicilia:[4] [5]
Nella tabella sottostante sono riportati i valori medi che si registrano nella città di Palermo.
In Sicilia sono ubicate le seguenti stazioni meteorologiche, ufficialmente riconosciute dall'Organizzazione meteorologica mondiale, i cui dati si riferiscono alla media di riferimento climatico 1961-1990 convenzionalmente stabilita dalla medesima organizzazione mondiale:
modifica Politicamodifica Bandiera e stemma
La bandiera e lo stemma della Regione Siciliana presentano ambedue i colori giallo e rosso. La bandiera viene utilizzata, secondo la legge regionale n. 1 del 2000 della Regione Siciliana, in tutti gli edifici pubblici siciliani. Fece la sua prima apparizione nel 1282, in occasione dei Vespri Siciliani. L'attuale bandiera però è diversa da quella dei Vespri, in quanto il giallo e il rosso, che rappresentano secondo alcuni studiosi rispettivamente le città di Corleone e di Palermo (le prime due a dare il via alla rivolta contro gli Angioini) e secondo altri la casa di Aragona, in origine erano invertiti e il triscele era privo delle spighe di grano. modifica Forma di governoLa Sicilia è una Regione a Statuto speciale (art. 116 della Costituzione Italiana), dotata di ampia Autonomia speciale, sia politica che amministrativa e finanziaria. L'organo legislativo è composto dall' Assemblea regionale siciliana, quello esecutivo dal Presidente della Regione e dalla Giunta di Governo, composta da 12 assessori regionali, che dal 2001 possono anche non essere deputati (così si chiamano, unici in Italia secondo la Consulta, i consiglieri regionali in Sicilia).
Lo statuto speciale siciliano, emanato da Re Umberto II il 15 maggio 1946 (quindi precedente alla Costituzione della Repubblica italiana, che lo ha recepito per intero con la legge costituzionale n. 2 del 1948), diede vita alla Regione Siciliana prima ancora della nascita della Repubblica Italiana. Esso fu originato da un accordo di origine pattizia (assimilabile, secondo alcuni, ad un trattato fra due entità paritetiche) fra lo Stato Italiano ed la Sicilia, rappresentata dalla Consulta per la Sicilia, in cui erano rappresentate le categorie, i partiti e i ceti produttivi dell'Isola, e che materialmente formulò lo Statuto. L'Autonomismo fu un modo per svuotare il movimento separatista, guidato dal Movimento Indipendentista Siciliano, che all'indomani dello sbarco alleato era uscito dalla clandestinità in cui era stato sotto il periodo fascista, chiedendo l'affrancamento della Sicilia dallo Stato Italiano, e che ebbe anche un'organizzazione paramilitare, l'E.V.I.S. (Esercito Volontario per la Indipendenza Siciliana) guidato da Antonio Canepa. Svanì quasi subito invece l'idea che la Sicilia divenisse uno stato federato agli Stati Uniti d'America. Quando gli Stati Uniti riuscirono a bloccare la minaccia di Mosca e di Tito sul Nord-Est dell'Italia, questi abbandonarono a se stessi l'E.V.I.S. e Giuliano: al M.I.S. non restò altro che partecipare nel 1948 alle elezioni politiche per il Parlamento Nazionale, dove ottenne alcuni seggi (Andrea Finocchiaro Aprile, Attilio Castrogiovanni), e nove al Parlamento regionale nel 1947, mentre molti "capibastione" messi dopo il luglio 1943 al comando dei paesi dalle truppe alleate, si infiltrarono nei ricostituiti partiti italiani. La storia politica di sessant'anni di autonomia speciale in Sicilia, e dei suoi governi, ha vissuto momenti di vivacità, che hanno portato a definire la politica siciliana una sorta di "Laboratorio politico", e altri più bui. Dal 2001 il presidente della Regione non è più eletto dall'Assemblea Regionale Siciliana, ma direttamente dai cittadini. Il presidente del 57° governo della Regione, eletto il 14 aprile 2008 è Raffaele Lombardo, leader di un partito autonomista, l'MPA.
L'A.R.S. (Assemblea Regionale Siciliana) è l'organo legislativo della Regione Siciliana eletta per la prima volta nel 1947. È composta da novanta deputati eletti a suffragio universale diretto. Ha sede a Palermo, nel Palazzo dei Normanni. Il parlamento siciliano è considerato da alcuni il più antico d'Europa.
modifica Lo Statuto specialeGrazie allo Statuto autonomistico, la Regione ha competenza esclusiva, (cioè le leggi statali non hanno vigore nell'isola) su una serie di materie, tra cui beni culturali, agricoltura, pesca, enti locali, territorio, turismo, polizia forestale. Ogni modifica allo Statuto speciale, trattandosi di legge costituzionale, è sottoposta alla cosiddetta procedura aggravata, cioè a una doppia approvazione, a maggioranza qualificata, da parte delle Camere. Per quanto riguarda la materia fiscale, la totalità delle imposte riscosse in Sicilia dovrebbe rimanere, infatti, sul territorio e ogni anno lo Stato Italiano sarebbe tenuto a fornire un ammontare da stabilirsi, con piano quinquennale, di denaro pubblico proveniente dalle altre Regioni per finanziare la Sicilia, così come stabilito dall'art. 38 dello Statuto della Regione Siciliana, articolo, come quelli di tutta la parte economica-finanziaria, ancora oggi non applicato, tant'è che vi è un conflitto istituzionale perenne fra Stato e Regione Siciliana. L'Italia, ancora oggi, conferisce ogni anno solo una anticipazione forfettaria, per cui la Regione Siciliana vanta da decenni crediti mai saldati dalla Nazione.
Altro aspetto importante è contenuto nell'Art 37 dello Statuto della Regione Siciliana
modifica Indipendentismo e Autonomismo | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||