Repubblica romana.html

 
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bussola Disambiguazione – Se stai cercando le Repubbliche fondate nel 1798 e nel 1849, vedi Repubblica Romana (disambigua).
Repubblica romana
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Repubblica romana - Bandiera
Repubblica romana - Stemma
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Motto: Senatus Populusque Romanus
Il Senato e il Popolo Romano

Descrizione generale
Nome completo:
Nome ufficiale: RES PVBLICA POPVLI ROMANI
Lingue: Latino
Capitale: Roma
Forma politica
Forma di governo: Repubblica
Consoli: Elenco
Organi deliberativi: Senato romano, Comizi
Nascita: 509 con Lucio Giunio Bruto e Lucio Tarquinio Collatino
Causa: cacciata di Tarquinio il Superbo
Fine: 16 gennaio 27 a.C. (formalmente almeno fino al 235 d.C., nella forma del Principato) con Caio Giulio Cesare Ottaviano e Marco Vipsanio Agrippa
Causa: Assunzione del titolo di Augusto da parte di Ottaviano e istituzione del Principato
Territorio e popolazione
Bacino geografico: Europa e Mediterraneo
Territorio originale: Italia
Province: elenco
Economia
Moneta: Sesterzio, Asse
Risorse: oro, argento, ferro, stagno, ambra, cereali, pesca, ulivo, vite, marmi
Produzioni: vasellame, oreficeria, armi
Commerci con: Parti, Africa subsahariana, India, Arabia
Esportazioni: oro
Importazioni: schiavi, animali, seta, spezie
Religione e Società
Religioni preminenti: religione romana, religione greca, religione egiziana, mitraismo
Religione di stato: religione romana
Religioni minoritarie: religione ebraica, druidismo
Classi sociali: cittadini romani (patrizi e plebei), liberi e schiavi

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Evoluzione storica
Preceduto da:
Succeduto da:
Regno di Roma Impero Romano

La Repubblica romana (Res publica Populi Romani) fu il sistema di governo della città di Roma nel periodo compreso tra il 509 a.C. ed il 27 a.C., quando l'urbe era amministrata da una repubblica oligarchica. Nacque a seguito di contrasti interni che portarono alla fine della dominazione etrusca sulla città, ed al parallelo decadere delle istituzioni monarchiche. La sua fine viene invece convenzionalmente fatta coincidere, circa mezzo millennio dopo, con la fine di un lungo periodo (circa un secolo) di guerre civili che segnò de facto (benché formalmente non avvenne una riforma istituzionale) la fine della forma di governo repubblicana a favore di quella del Principato.

La Repubblica rappresenta una fase lunga, complessa e decisiva della storia romana: costituì un periodo di enormi trasformazioni per Roma, che da piccola città stato quale era alla fine del VI secolo a.C. divenne, alla vigilia della fondazione dell'Impero, la capitale di un vasto e complesso Stato, formato da una miriade di popoli e civiltà differenti, avviato a segnare in modo decisivo la storia dell'Occidente e del Mediterraneo.

In questo periodo si inquadrano la maggior parte delle grandi conquiste romane nel Mediterraneo ed in Europa, soprattutto tra il III ed il II secolo a.C.; il I secolo a.C. è invece, come detto, devastato dai conflitti intestini catalizzati dai mutamenti sociali, ma è anche il secolo di maggiore fioritura letteraria e culturale, frutto dell'incontro con la cultura ellenistica e riferimento "classico" per i secoli successivi.

Indice

modifica Espansione geografica

Per approfondire, vedi la voce Provincia romana.

All'inizio della sua storia il territorio della repubblica coincideva con quello della città, che allora si sviluppava essenzialmente nella zona dei sette colli. La città segnava il confine tra la regione dei Latini a sud e quella di influenza etrusca a nord. L'espansione militare portò il territorio della repubblica, nel 27 a.C., ad includere tutta la penisola italiana, le isole di Sardegna, Corsica e Sicilia, gran parte della Gallia, dell'Iberia, della penisola balcanica, le regioni costiere dell'Asia Minore e del Nord Africa, l'Egitto e la Grecia.

modifica Istituzioni politiche

I poteri che erano riservati al re (comando dell'esercito, potere giudiziario e massima autorità religiosa) furono assegnati a due consoli e, per quanto riguarda l'ambito religioso, al pontifex maximus. Con la progressiva crescita di complessità dello Stato romano si rese necessaria l'istituzione di altre cariche (edili, censori, questori, tribuni della plebe) che andarono a costituire le magistrature.

Per ognuna di queste cariche venivano osservati tre principi: l'annualità, ovvero l'osservanza di un mandato di un anno (faceva eccezione la carica di censore, che poteva durare fino a 18 mesi), la collegialità, ovvero l'assegnazione dello stesso incarico ad almeno due uomini alla volta, ognuno dei quali esercitava un potere di mutuo veto sulle azioni dell'altro, e la gratuità. Ad esempio, se l'esercito romano scendeva in campo sotto il comando dei due consoli, questi alternavano i giorni di comando. Mentre i consoli erano sempre due, gran parte degli altri incarichi erano retti da più di due uomini - nella tarda Repubblica c'erano 8 pretori all'anno e 20 questori.

Tra i magistrati una importante distinzione era quella tra magistrati dotati di imperium (cum imperio; ne facevano parte solo consoli, pretori e dittatori) e quelli che ne erano sprovvisti (sine imperio, tutti gli altri); ai primi erano affiancate delle speciali guardie, i littori. Nel tempo, per amministrare i nuovi territori di conquista senza dover moltiplicare il numero dei magistrati in carica, fu istituita la figura del promagistrato (proconsole, propretore), dotato della stessa autorità del magistrato di riferimento ma formalmente non tale.

Per approfondire, vedi la voce Assemblee romane.

Il secondo pilastro della repubblica romana erano le assemblee popolari, che avevano diverse funzioni, tra cui quella di eleggere i magistrati e di votare le leggi. La loro composizione sociale differiva da assemblea ad assemblea; tra queste l'organo più importante erano comunque i comizi centuriati, in cui il peso nelle votazioni era proporzionale al censo, secondo un meccanismo (quello della divisione delle fasce censitarie in centurie) che rendeva preponderante il peso delle famiglie patrizie.

Ciononostante il peso della plebe veniva comunque ad essere accentuato rispetto al periodo monarchico, in cui esisteva un solo organo assembleale (i comizi curiati) costituito da soli patrizi. L'accesso della plebe all'esercito sancito dalla riforma centuriata, varata all'inizio del periodo repubblicano, spinse il ceto popolare a pretendere maggiori riconoscimenti, che nell'arco di due secoli (vedi più avanti) vide tra l'altro la costituzione della magistratura di tribuno della plebe, eletto dal concilio della plebe.

Il terzo fondamento politico della repubblica era il Senato, già presente nell'età della monarchia.

Interno della Curia, antica sede del Senato.

Costituito da 300 membri, capi delle famiglie patrizie (Patres) ed ex consoli (Consulares), aveva la funzione di fornire pareri e indicazioni ai magistrati, indicazioni che poi divennero de facto vincolanti. Approvava inoltre le decisioni prese dalle assemblee popolari.

Esisteva poi la carica di dittatore, che costituiva un'eccezione all'annualità e alla collegialità. In periodi di emergenza (sempre militari) un singolo dittatore veniva eletto con un mandato di 6 mesi in cui aveva da solo la guida dello Stato. Eleggeva un suo collaboratore (che comunque gli rimaneva subordinato) detto maestro della cavalleria. Caduto in disuso dopo il periodo delle grandi conquiste, il ricorso a questo incarico tornerà ad essere praticato nella fase della crisi della repubblica.

modifica Cariche politiche della Repubblica

modifica Storia

Questa voce è parte della serie

Storia di Roma


modifica Istituzione repubblicana e cacciata dei Re da Roma (509 a.C.)

modifica Leggenda

Secondo le notizie tramandateci da Tito Livio sulla fondazione della Repubblica, Sesto Tarquinio, figlio dell'ultimo Re di Roma Tarquinio il Superbo, violentò Lucrezia, una nobildonna romana (alcuni storici affermano in realtà che fu lo stesso sovrano ad essere autore della violenza). Lucrezia, riferendo alla propria famiglia l'accaduto e uccidendosi in seguito, spinse i suoi a vendicarla e ad entrare in azione raccogliendo gli uomini necessari. La famiglia di Lucrezia guidò quindi una rivolta che fece fuggire la casa reale, la quale abbandonò Roma per rifugiarsi in Etruria. Lucio Tarquinio Collatino, marito di Lucrezia, e Lucio Giunio Bruto vinsero le elezioni come primi due Consoli, supremi magistrati della Repubblica, entrambi Capi dello Stato Romano.

La leggenda narra che il sovrano esule si rivolse a Porsenna, re della città etrusca di Chiusi, per chiedere un sostegno militare e poter così rientrare a Roma. Porsenna accolse la preghiera del monarca, appartenente alla sua stessa stirpe, si mise personalmente alla testa delle truppe e marciò verso la città. Giunto a Roma, pose la città sotto assedio, ma gli atti di valore dei Romani - fra i quali si ricordano quelli di Orazio Coclite, Muzio Scevola e Clelia - indussero dopo qualche tempo il re di Chiusi ad abbandonare l'impresa.

modifica Contesto storico

Il significato storico che sta sotto l'elaborazione leggendaria della fondazione della repubblica riguarda due aspetti fondamentali per la storia militare e sociale romana: l'emancipazione politica dagli Etruschi e, soprattutto, l'esito del contrasto tra l'istituzione monarchica ed il ceto dei Patrizi; quest'ultimi, preoccupati dalle iniziative politiche popolari sostenute dai re etruschi (come la riforma centuriata e l'imposizione fiscale "progressiva"), che sembravano condurre ad un sempre crescente peso della plebe, si assicurarono con la cacciata di Tarquinio il Superbo il controllo politico e sociale attraverso un istituto oligarchico.

Il periodo immediatamente successivo alla cacciata dei Tarquini, fu segnato da una crisi militare ed economica per l'Urbe: l'espansione territoriale guidata dai re fu seguita da una controffensiva dei popoli latini circostanti, degli Equi e dei Volsci che ridimensionarono i confini di Roma, la quale perse anche la sua egemonia marittima, mentre l'emarginazione dei ceti plebei artigiani e mercantili, che sotto la monarchia avevano guidato la crescita economica della città, significò una regressione ad economia agricola povera dominata dai grandi proprietari.

I primi Consoli assunsero il ruolo del re con l'eccezione dell'alto sacerdozio nell'adorazione di Iuppiter Optimus Maximus nel grande tempio sul colle Capitolino. Per quel compito i Romani elessero un Rex sacrorum o "Re delle cose sacre". Fino alla fine della Repubblica l'accusa di voler dichiararsi re rimase una delle più gravi in cui poteva incorrere un personaggio potente (ancora nel 44 a.C. gli assassini di Giulio Cesare sostennero di aver agito per prevenire la restaurazione di una monarchia esplicita).

modifica Conflitti sociali e secessioni

Per approfondire, vedi la voce Conflitto degli Ordini.

Le relazioni tra patrizi e plebei arrivarono talvolta a punti di grande tensione nell'età dell'alta e media repubblica, tali da portare i plebei ad abbandonare la città, portandosi dietro famiglia e beni mobili, e accampandosi sulle colline fuori dalle mura. Queste secessioni ebbero luogo nel 494 a.C. (secessione aventiniana), nel 450 a.C., e attorno al 287 a.C. Il loro rifiuto di continuare a cooperare con i patrizi portò a cambiamenti sociali in ogni occasione. Nel 494 a.C., a soli 15 anni dalla fondazione della Repubblica, i plebei per la prima volta poterono eleggere due rappresentanti, ai quali diedero il titolo di tribuno. La "plebe" giurò di tenere i suoi capi 'sacrosanti', cioè inviolati, durante il mandato del loro incarico, e di uccidere chiunque avesse fatto loro del male. La seconda secessione condusse ad un'ulteriore definizione legale dei loro diritti e doveri (la redazione delle Dodici Tavole della legge) e portò il numero di tribuni a 10. Soltanto a metà del IV secolo a.C. le magistrature furono aperte ai plebei. La terza secessione portò alle Lex Hortensia, che diede al voto del Concilium Plebis (Concilio dei plebei) la forza della legge - chiamato oggi "plebiscito".

Il conflitto di classe interno, paradossalmente, favorì l'espansione esterna: la conquista di nuovi territori permetteva di distribuire nuove terre tra la plebe e di "incanalare" verso l'esterno le tensioni, stimolando la coesione sociale (non diversamente da quanto accadeva alle nazioni europee di inizio Novecento alle soglie della Prima guerra mondiale). Questo contesto, unitamente alla spinta demografica, favorì la ripresa della Repubblica che avviò un processo di espansione e colonizzazione che l'avrebbe trasformata, in due secoli, nella prima potenza della penisola.

modifica Espansione in Italia (496 a.C. - 275 a.C.)

modifica Lazio

Per approfondire, vedi la voce Caduta di Veio.

Roma era rimasta esclusa dalla lega delle città latine limitrofe, forse anche in virtù dell'influenza della componente etrusca della città: la ricerca di nuove terre coltivabili e di vie di comunicazione contrappose presto l'Urbe agli altri centri latini. Un nuovo equilibrio fu stabilito nel 496 a.C., quando dopo la battaglia presso il lago Regillo (risoltasi con un nulla di fatto), Romani e Latini stabilirono un trattato (Foedus Cassianum) per il quale Roma riconosceva alle città latine la loro autonomia ma si riservava il Supremo Comando in caso di guerra. L'alleanza aveva, perciò, uno scopo prettamente difensivo, in vista delle incombenti minacce degli Equi e dei Volsci dagli Appennini centro-meridionali. A queste successive battaglie (battaglia del Monte Algido, battaglia di Corbione) fanno riferimento le leggende di Coriolano e di Cincinnato.

Dopo aver respinto l'offensiva degli Equi e dei Volsci, i Romani si videro ostacolata l'espansione a nord dalla ricca e fiorente città etrusca di Veio, che le contendeva il dominio sul Tevere. Iniziata nel 477 a.C. (battaglia del Cremera), la guerra si conclude nel 396 a.C. con la distruzione della città etrusca ad opera di Furio Camillo, dopo un assedio di dieci anni. A questo punto, l'espansione romana nel Centro Italia era, però, ancora ostacolata dalla migrazione di Celti e Sanniti.

modifica Italia Centrale

Per approfondire, vedi la voce Guerre sannitiche.

Alla fine del V secolo a.C. le popolazioni celtiche migrano dall'Europa Settentrionale (Nord del Reno e del Danubio) per insediarsi nei territori delle attuali Francia, Spagna, isole britanniche, per arrivare (400 a.C.) nell'Italia Settentrionale. Il primo scontro con Roma avviene a Clusium (Chiusi) nel 390 a.C., a cui segue la pesante sconfitta sul fiume Allia inflitta ai Romani dai Galli Senoni ed il famoso saccheggio dell'Urbe, legato al nome di Brenno. Nonostante il duro colpo Roma non perde il suo ruolo nel Lazio: nel 358 a.C. rinnova il trattato con Latini ed Ernici in funzione anticeltica, e dieci anni dopo è rinnovato anche il trattato con Cartagine già stipulato al tempo del passaggio dalla monarchia alla repubblica, attorno al 509 a.C.

In questi stessi anni i Sanniti (ormai organizzati nella Confederazione Sannitica) si muovono verso le coste occidentali dell'Italia. Se in un primo momento i due popoli stringono un'alleanza per far fronte alla minaccia gallica, il conflitto è solo rimandato: i sanniti controllano un territorio che va dal Gargano a Pescara , e l'espansione verso la ricca regione campana è un obbiettivo che li pone in conflitto con le mire territoriali romane.

Le guerre sannitiche (343-290 a.C.), che vedono anche altri popoli (Etruschi, Umbri, Lucani, Galli) allearsi ai nemici di Roma, si concluderanno dopo alterne vicende con la vittoria romana. I Sanniti devono abbandonare le loro mire territoriali e fornire truppe. Il tempo di liquidare gli ultimi avversari nella regione (lotte con i Galli Senoni, 285-282 a.C.) e Roma si assicura il predominio dell'Italia centrale. Il pericolo celtico fu però definitivamente scongiurato solo nel 225 a.C., quando i romani riuscirono a bloccare l'ennesima invasione a Talamone, nella maremma grossetana a poco più di 150 km a nord dall'Urbe.

modifica Magna Grecia

Per approfondire, vedi la voce Guerre pirriche.

Sconfitti i Sanniti, Roma iniziò ad estendere la sua influenza più a sud, venendo così, quasi inevitabilmente, ad entrare in urto con gli interessi delle città greche della Magna Grecia, e in particolar modo con quelli di Taranto. Le ostilità furono aperte dai tarantini, che nel 280 a.C. affondarono delle navi romane che transitavano (violando precedenti trattati) nel golfo di Taranto e nel contempo chiesero aiuto al re dell'Epiro Pirro.

Questi accolse le richieste della città di Taranto e sbarcò in Italia con un forte esercito per scontrarsi con i Romani. Le guerre pirriche durarono dal 280 a.C. al 275 a.C., fino a quando cioè, dopo alterne vicende, Pirro fu sconfitto nella battaglia di Benevento e fu costretto a rientrare in patria.

I tarantini, abbandonati alla loro sorte, resistettero all'assedio romano per tre anni, capitolando solo nel 272 a.C.

modifica Egemonia nel Mediterraneo (264 a.C. - 146 a.C.)

modifica Dal 264 a.C. al 218 a.C.

Per approfondire, vedi la voce Prima guerra punica.

Terminate le guerre contro Pirro e le colonie greche dell'Italia meridionale, Roma aveva ormai ottenuto il controllo della penisola italiana, dagli Appennini settentrionali fino alla Puglia e alla Calabria. La Sardegna e la Corsica erano sotto il controllo dei Cartaginesi, che controllavano anche la parte orientale della Sicilia, mentre quella occidentale era sotto il controllo di Siracusa.

Fino a questo momento Roma e Cartagine non erano mai venute a scontrarsi, soprattutto perché differenti erano gli interessi che muovevano le rispettive politiche espansive; ciò nonostante avevano già da tempo sentito l'esigenza di regolare i reciproci rapporti con dei trattati, che definivano le rispettive zone di influenza.

Questo stato di cose cambiò quando Roma, padrona della penisola italica, iniziò a pensare di estendere la sua influenza anche sulla Sicilia, che rappresentava il principale e più vicino "granaio" da cui Roma si poteva approvvigionare per le sue crescenti esigenze.

L'occasione di intervenire negli affari siciliani fu data ai Romani dalla richiesta di aiuto fatta dai Mamertini, che governavano su Messina e che erano posti sotto assedio dai siracusani. I Cartaginesi interpretarono questo intervento come una violazione dei trattati esistenti e dichiararono guerra a Roma, dando inizio alla Prima guerra punica.

La guerra si protrasse per circa 20 anni, dal 264 a.C. al 241 a.C., e fu combattuta principalmente sul mare dove si decise con la battaglia delle Isole Egadi con la vittoria dei Romani.

Al termine della prima guerra punica la Repubblica aveva raggiunto una estensione territoriale quasi raddoppiata con la creazione della Provincia di Sicilia formata dai territori ex cartaginesi mentre Siracusa, ancora formalmente libera, era diventata un alleato affidabile. Approfittando della rivolta dei mercenari, detta anche Guerra mercenaria, che squassò il territorio metropolitano di Cartagine per tre anni, Roma nel 238 a.C. si appropriò delle isole di Sardegna e Corsica senza che i punici potessero reagire.

modifica Dal 218 a.C. al 202 a.C.

Per approfondire, vedi le voci Prima guerra macedonica e Seconda guerra punica.

Anche questo episodio diede forza all'iniziativa di Amilcare, generale cartaginese, per conquistare territori in Spagna, dove giacimenti di minerali pregiati potevano risollevare le esauste finanze cartaginesi.

Da questi territori, dopo la politica di rafforzamento effettuata dal genero di Amilcare, Asdrubale, mosse Annibale per condurre la sua guerra in Italia. Nel 218 a.C. dopo aver espugnato e distrutto Sagunto, città alleata a Roma, Annibale intraprese la sua famosa marcia attraverso la Provenza e le Alpi scatenando la Seconda guerra punica.

Questa guerra, che si protrasse per oltre vent'anni dal 219 a.C. al 202 a.C., può a buon diritto essere considerata una specie di "guerra mondiale". Fu combattuta principalmente nei territori dell'Italia meridionale ma vide pesantemente coinvolte anche la Spagna e il territorio metropolitano di Cartagine. Inoltre vennero coinvolte le diplomazie di quasi tutto il Mar Mediterraneo dalla Numidia di Siface e Massinissa fino alle dinastie che reggevano l'Egitto, la Siria, i vari staterelli dell'Anatolia, la Grecia e la Macedonia di Filippo V.

Quest'ultimo re, con il suo comportamento, diede poi ai Romani la base diplomatica per iniziare le Guerre macedoniche. Infatti Filippo, reso audace dalla sconfitta romana a Canne si era alleato nel 215 a.C. con Annibale, con l'intenzione di procurare uno sbocco sul mar Adriatico al suo regno. Filippo fu contrastato dall'azione del console romano Marco Valerio Levino, che riuscì a contenerne l'azione grazie soprattutto ad un sistema di alleanze con i nemici del re macedone. La guerra, che non raggiunse mai l'intensità di quella che si stava combattendo in Italia, terminò nel 205 a.C. (quindi 3 anni prima della conclusione della seconda guerra punica) con la pace di Fenice con la quale Filippo ottenne uno sbocco sull'Adriatico.

La seconda guerra punica, dopo i primi successi di Annibale al Trebbia, al Trasimeno e a Canne si trascinò per anni in battaglie, mai decisive, per la conquista di città dell'Italia meridionale quali Capua, Cuma, Taranto, Locri Epizefiri ripetutamente conquistate e perdute dal generale cartaginese. L'azione degli Scipioni in Spagna riuscì a togliere al controllo punico l'intera penisola; contestualmente le gravi divergenze politiche interne fra l'aristocrazia la classe mercantile cartaginesi crearono l'incapacità punica di portare aiuto ad Annibale in Italia.

Alla fine, sfidando lo stesso Senato romano, Publio Cornelio Scipione Africano in qualità di proconsole della Sicilia organizzò e portò la guerra sotto le mura di Cartagine e dopo due anni di combattimenti riuscì a sconfiggere Annibale, rientrato in patria, nella celebre battaglia di Zama che pose fine alla guerra, mise fine al predominio non solo commerciale dei cartaginesi e pose Roma in condizioni economiche e di prestigio tali da consentirle in pochi decenni di diventare "padrona" dei territori bagnati dal Mediterraneo.

modifica Dal 202 a.C. al 146 a.C.

Per approfondire, vedi le voci Guerre macedoniche, Guerra siriaca e Terza guerra punica.

Sconfitta Cartagine, Filippo e la Macedonia erano divenuti il nemico principale della nuova potenza romana, che guardava con sospetto al re macedone che nel 203 a.C. si era alleato con il re di Siria Antioco III. Il pretesto per la seconda guerra macedone fu la richiesta d'aiuto rivolta ai Romani da Attalo e i Rodiesi, alleatesi, per contrastare le mire egemoniche dei Macedoni e dei Siriani; nel 200 a.C. Roma inviò un ultimatum a Filippo, che lo respinse.

Roma, che era uscita molto provata dalla guerra contro Cartagine, non era però in grado di fronteggiare da sola il nuove fronte di guerra, per cui cerco di procurarsi degli alleati, con scarsi risultati, tra i nemici greci del re macedone. Dopo alcune battaglie, si giunse al al 197 a.C. quando i Romani guidati da Tito Quinzio Flaminino si scontrarono contro i Macedoni nella battaglia di Cinocefale dove Filippo fu duramente sconfitto e costretto ad accettare le pesanti condizioni di pace imposte dai Romani. Nel 196 a.C. Flaminino proclamò la libertà della Grecia e nel 194 a.C. lasciò la Grecia insieme alle legioni, nella convinzione che la regione avesse trovato un suo equilibrio.

Ma il nuovo status quo imposto dai Romani fu messo alla prova quanto la Lega Etolica, già alleata dei romani durante la seconda guerra macedonica, a causa delle pesanti condizioni di pace imposte a tutta la Grecia dai romani, richiese l'aiuto di Antioco III il Grande, per liberare l'Ellade dalla tirannia romana. Fu l'inizio della guerra siriaca, che si combatté tra il 191 e il 188 a.C. e che vide la vittoria romana. Come conseguenza tutti i territori anatolici ad ovest del fiume Tauro entrarono a far parte dell'impero romano.

La regione non era però ancora stata pacificata del tutto; il figlio e successore di Filippo, Perseo, infatti aveva ripreso ad attuare una politica espansionistica macedone ai danni di alcune tribù balcaniche amiche o alleate di Roma; scoppiò così nel 171 a.C. la Terza guerra macedone. Inizialmente la Repubblica tergiversò e si mostrò poco risoluta; solo nel 168 a.C. i Romani sferrarono un attacco in forze sotto la guida del console Lucio Emilio Paolo, che affrontò e sconfisse la falange macedone di Perseo nella battaglia di Pidna. Dopo la sconfitta, il sovrano, tentata invano la fuga, si consegnò al nemico, mentre la Macedonia fu divisa in quattro repubbliche.

Intanto Cartagine, sconfitta dai Romani, aveva dovuto cedere anche le redditizie conquiste in Spagna, stava pagando le nuove indennità richieste dopo la sconfitta di Annibale (200 talenti d'argento annui per 50 anni) e fu anche costretta a prestare un contingente alle forze di Roma nelle guerre contro Antioco III, Filippo V e Perseo. La relativa decadenza dello Stato era mitigata da un riprendersi del commercio in cui i cartaginesi erano maestri e un nuovo impulso dato all'agricoltura e in particolare alle coltivazioni di ulivo e vite.

Roma, dal canto suo, aveva completato la conquista della Spagna e dopo aver sconfitto i pirati che vi avevano base, aveva conquistato anche l'Illiria. La sua zona di influenza si era poi estesa ad oriente, dove la Macedonia era divenuta una sua provincia, fino all'Anatolia. Nonostante tutti questi successi, e la crescita della potenza romana, a Roma era presente un partito che propugnava la completa distruzione della rivale africana; tra questi Catone il Censore, che terminava tutti i suoi discorsi con la famosissima frase "Ceterum censeo Carthago delenda est" (Cartagine deve essere distrutta).

Il pretesto che portò alla Terza guerra punica, fu dato ai Romani da Massinissa, che da tempo stava aumentando la propria sfera di influenza a danno di Cartagine. Per due volte Cartagine chiese l'intervento dei Romani per fermare le azioni dello scomodo vicino, ma in entrambe le occasioni Roma decise semplicemente di non intervenire.

Nel 150 a.C. Cartagine decise di reagire ai continui attacchi dei numidi, ben sapendo di contravvenire alle condizioni di pace imposte dai Romani. Infatti questa azione fu presa a pretesto dai Romani per dichiarare guerra a Cartagine l'anno successivo.

La guerra che durò tre anni, dal 149 a.C. al 146 a.C., fu combattuta sul suolo africano e si concluse con la definitiva sconfitta dei cartaginesi. Cartagine fu completamente rasa al suolo e su questo fu sparso il sale in modo che non vi potesse più crescere niente.

Sempre nel 150 a.C. era spuntato in Macedonia un certo Andrisco, che affermando di essere figlio di Perseo e di voler ricostruire il regno macedone, aveva radunato attorno a sé un esercito. Dopo degli iniziali successi, Andrisco fu battuto dal console Quinto Cecilio Metello nel 148 a.C. e costretto a riparare in Tracia.

Nel 146 a.C. la Macedonia divenne una provincia romana, che includeva anche Epiro e Tessaglia.

modifica Rivoluzione romana e caduta della Repubblica

modifica Le riforme dei Gracchi (131121 a.C.)

Il periodo che va dalle agitazioni gracchiane alla dominazione di Publio Cornelio Silla, segnò l'inizio della crisi che, quasi un secolo dopo, portò la repubblica aristocratica al tracollo definitivo.

A partire dalla riforma agraria proposta dal tribuno della plebe Tiberio Sempronio Gracco nel 133 a.C., le convulsioni politiche divennero sempre più gravi, producendo una serie di dittature, guerre civili, e temporanee tregue armate, nel corso del secolo successivo.

Gli intenti di Tiberio erano sostanzialmente conservatori. Preoccupato dalla penuria di uomini che aveva notato in varie parti d'Italia e dalla povertà di molti e convinto che in queste condizioni sarebbe stato impossibile mantenere l'ordinamento sociale che era l'ossatura dell'esercito, egli si proponeva, mediante nuove distribuzioni di terre, stabilite da un collegio che le assegnava secondo un principio quantitativo, concedendo quelle in eccesso ai cittadini meno abbienti, di dar nuovo vigore al ceto dei piccoli proprietari agricoli.

L'aristocrazia senatoria, arroccandosi in una miope difesa dei propri interessi particolari, ostacolò inizialmente Tiberio, corrompendo un altro tribuno della plebe, Ottavio, tuttavia decaduto dalla carica a causa dello stesso Tiberio, che lo accusò di aver agito contro gli interessi della plebe.

Per superare l'opposizione che il collega tribuno, attuata mediante il veto alle sue proposte di riforma, Tiberio, contrariamente agli usi tradizionali, si presentò nel 132 a.C. alle elezioni per essere ri-eletto al tribunato e poter completare le sue riforme.

A questo punto, temendo un'ulteriore deriva in senso popolare del governo della Repubblica, durante le convulse fasi antecedenti le elezioni dei tribuni della plebe, una banda di senatori, guidati da Scipione Nasica, attaccarono Tiberio al Campidoglio causandone la morte, assieme ad alcune centinaia di suoi seguaci.

Otto anni dopo, Gaio Sempronio Gracco, eletto tribuno della plebe dell'anno 123 a.C., riprese l'azione politica del fratello, spingendola su posizioni sempre più popolari ed anti-nobiliari, cercando di procurarsi il favore della classe equestre.

Come il fratello, sempre contro le consuetudini, anche Gaio si presentò l'anno successivo per concorrere all'elezione al tribunato, carica alla quale fu eletto, rendendosi promotore di una forte battaglia politica di opposizione alla classe senatoriale.

Nel 121 a.C. non riuscì però a farsi eleggere per la terza volta al tribunato, ed ad impedire così la politica di restaurazione dei privilegi senatoriali operata dalla nuova classe politica. Per opporsi a questo nuovo corso, Gaio non esitò ad operare come "agitatore politico" esternamente alle istituzioni pubbliche, cosa questa che alla fine gli valse la messa in accusa come nemico della repubblica.

Abbandonato dai molti dei suoi sostenitori, si fece uccidere da un suo servo sul Gianicolo.

modifica Gaio Mario (131100 a.C.)

Presunto ritratto di Gaio Mario
Per approfondire, vedi le voci Gaio Mario e Guerre contro Giugurta.

Negli anni successivi la politica romana fu caratterizzata sempre più dal radicalizzarsi della lotta tra il partito degli ottimati e quello dei popolari. In questo contesto irruppe nella storia romana un homo novus, cittadino romano proveniente però dalla provincia: Gaio Mario.

Mario, dopo essersi distinto per le sue capacità militari in Spagna, rientrò a Roma con l'intento di costruirsi una propria carriera politica, il cosi detto cursus honorum, che lo portasse al consolato. Riuscì ad ottenere le cariche di questore, tribuno della plebe e pretore.

Dopo aver condotto con successo una campagna militare nella Spagna Ulteriore, tornò a Roma, dove sposo Giulia, sorella di Aurelia, madre di Giulio Cesare. Nel 109 a.C. partì per l'Africa come legato di Quinto Cecilio Metello, a cui il Senato aveva affidato la guerra contro Giugurta, non giudicando soddisfacente l'andamento di questa.

Nel 108 Mario torno a Roma per concorrere al consolato, al quale fu eletto nel 107 a.C. anche grazie alle accuse di incapacità militare che rivolse ai patrizi, Metello in primis. Come console riuscì a farsi affidare la conduzione della guerra contro Giucurta, che sconfisse nel 105 a.C.

Mentre Mario portava vittoriosamente a termine la guerra in Africa, Roma stava subendo pesanti sconfitte da parte delle tribù germaniche. Nel 107 a.C. l'esercito di Lucio Cassio Longino fu sconfitto, e lo stesso generale ucciso in battaglia, nella Gallia Narbonense. Ma fu la tremenda sconfitta del 105 a.C. ad Aurasio, dove perirono circa 120.000 romani tra soldati ed ausiliari, che gettò i romani nel panico.

In questo clima di paura Mario, visto come unico generale in grado di organizzare l'esercito contro i germani, venne eletto console per ben cinque volte consecutive, dal 104 al 100 a.C., fino a che la minaccia dell'invasione germanica non fu sventata con le vittorie ad Aquae Sextiae e a Vercelli.

In tutto questo periodo, sia contro Giugurta che contro i germani, Mario ebbe come legato un giovane nobile, di cui apprezzava le capacità militari: Lucio Cornelio Silla.

modifica Guerra sociale (91-88 a.C.)

Per approfondire, vedi la voce Guerra sociale.

Già dal tempo dei Gracchi a Roma si avanzavano proposte d'estensione dei diritti di cittadinanza anche ad altri popoli italici fino ad allora federati ma senza successo. La speranza degli alleati italici era che a Roma prevalesse il partito di coloro che volevano concedere agli alleati italici la cittadinanza romana.

Ma quando nel 91 a.C. il tribuno Marco Livio Druso, che stava preparando una proposta per concedere la cittadinanza agli alleati fu ucciso, ai più apparve chiaro che Roma non avrebbe concesso spontaneamente la cittadinanza. Fu l'inizio della guerra che dal 91 a.C. all'88 a.C. vide combattersi gli eserciti Romani e quelli italici.

Gli ultimi a cedere le armi ai Romani, capeggiati tra gli altri da Silla e Gneo Pompeo Strabone, padre del futuro Pompeo Magno, furono i Sanniti.

modifica Dalla guerra sociale alla dittatura di Silla (88-78 a.C.)

Per approfondire, vedi la voce Guerra civile tra Mario e Silla.
Presunto ritratto di Lucio Cornelio Silla

In Senato lo scontro politico tra le due fazioni avverse, quella degli ottimati che aveva trovato il suo "campione militare" nel nobile Lucio Cornelio Silla, e quella dei mariani guidata dal generale ed "uomo nuovo" Gaio Mario, si stava sempre più radicalizzando, non trovando le due fazioni più alcun terreno di concordia comune sugli elementi fondanti dello Stato, come la cittadinanza, la suddivisione delle sempre maggiori ricchezze che affluivano a Roma e il controllo dell'esercito, che si stava trasformando da esercito cittadino in esercito di professionisti.

Questa tensione, fino a che Gaio Mario rimase in vita, si risolse sempre nella lotta per l'ottenimento del consolato per i canditati della propria parte politica. Morto Mario, e trovandosi Quinto Sertorio in Spagna, forse l'unico tra i mariani che potesse contrastare militarmente Silla, Publio Cornelio, al ritorno dalla vittoriosa guerra in oriente, ritenne di poter forzare la mano e con l'esercito in armi si marciò contro Roma nell'82 a.C. Qui, a Porta Collina, fu sconfitto da Silla che ottenne quindi la vittoria decisiva nella guerra civile contro i mariani.

Per consolidare la sua vittoria Silla si fece eleggere dittatore a vita e iniziò una vasta e sistematica persecuzione nei confronti dei rappresentanti della parte avversa (le liste di prescrizione sillane) da cui il giovane Giulio Cesare, nipote di Gaio Mario, riuscì a stento a sottrarsi.

Fino a che morì, nel 78 a.C., l'unica seria opposizione che continuò ad essere condotta contro Silla, fu quella condotta da Sertorio dalla Spagna.

modifica Guerre mitridatiche (88-63 a.C.)
Per approfondire, vedi la voce Guerre mitridatiche.

Mentre Roma era percorsa da gravi sconvolgimenti sociali nell'Asia Minore si affacciò una nuova minaccia, rappresentata dal re del Ponto Mitridate VI, che per oltre un trentennio, contrastò le mire espansionistiche romane in quella parte di Mediterraneo, costringendo i Romani a combattere ben tre guerre in Asia Minore.

L'esito dell'ultima fu fatale al re asiatico, che sconfitto nel 63 a.C., si suicidò. I Romani dal canto loro, portarono i confini di Roma ancora più ad oriente, ponendo le basi per le successive campagne militari orientali.

modifica Rivolta di Spartaco (73-71 a.C.)

Per approfondire, vedi la voce Terza guerra servile.

L'agricoltura su vasta scala nella penisola italiana iniziò a dipendere dalla schiavitù con il sistema dei latifundia, e venne minacciata da una grave rivolta degli schiavi, guidata da Spartaco che durò dal 73 a.C. al 71 a.C. Allo stesso tempo Pompeo tentava di domare l'insurrezione iberica.

Spartaco era uno schiavo della Tracia, e venne addestrato come gladiatore. Nel 73 a.C., assieme ad alcuni compagni, si ribellò a Capua e fuggì verso il Vesuvio. Il numero di ribelli crebbe rapidamente fino a 70.000, composti principalmente di schiavi traci, galli e germanici. Inizialmente, Spartaco e il suo secondo in comando Crixus riuscirono a sconfiggere diverse legioni inviate contro di loro. Una volta che venne stabilito un comando unificato sotto Marco Licinio Crasso, che aveva sei legioni, la ribellione venne schiacciata nel 71 a.C. Circa diecimila schiavi fuggirono dal campo di battaglia.

Gli schiavi in fuga vennero intercettati da Pompeo, aiutato dai pirati che, inizialmente, avevano promesso loro di trasportarli verso la Sicilia salvo poi tradirli, presumibilmente in base ad un accordo con Roma, che stava ritornando dalla Spagna, e 6.000 vennero crocifissi lungo la Via Appia, da Capua a Roma. Anche se Crasso svolse gran parte della lotta contro i ribelli, Pompeo reclamò la vittoria. Questa divenne una fonte di tensione tra i due uomini. Grazie all'appoggio dei loro eserciti, Pompeo e Crasso, ristabilito l'ordine in Spagna e in Italia, si fecero eleggere al consolato e nel 70 a.C. abrogarono la costituzione sillana, della quale erano stati dieci anni prima fautori convinti.

In ultima analisi, una volta che i Romani trovarono la giusta guida, i ribelli vennero sconfitti rapidamente. Questo non toglie nulla alle conquiste di Spartaco, che fu in grado di unire una banda di schiavi in una forza combattente in grado di sconfiggere diverse legioni. L'intero incidente mostrò la debolezza del Senato e del regime della tarda Repubblica romana.

modifica Fine della Repubblica (66-27 a.C.)

Moneta raffigurante Augusto e Marco Vipsanio Agrippa, vincitori della battaglia di Azio
Per approfondire, vedi le voci Guerra civile romana (49 a.C.) e Guerra civile tra Ottaviano e Marco Antonio.

Il mondo romano si avviava a divenire troppo vasto e complesso per le istituzioni della Repubblica; la debolezza di queste ultime, ed in particolare del senato (e della classe aristocratica da esso rappresentata) divenne già evidente nelle circostanze del primo triumvirato, un accordo informale con cui i tre più potenti uomini di Roma, Cesare, Crasso e Pompeo, si spartivano le sfere d'influenza e si garantivano reciproco appoggio. Dei tre, la figura di Cesare era la più emblematica dei nuovi rapporti di potere che stavano emergendo: nipote di Mario, egli aveva anche per questo aderito sin da giovane alla fazione dei populares e costruì il suo potere con le conquiste militari ed il rapporto di fedeltà personale che lo legava al suo esercito. Fu per questo che quando, dopo la morte di Crasso (53 a.C.), le ambizioni personali di Cesare e Pompeo si scontrarono, il senato preferì schierarsi con quest'ultimo, che si mostrava più vicino agli optimates, e garantiva un più forte atteggiamento di rispetto verso i privilegi senatoriali (per quanto non sfuggisse ai più attenti, come Cicerone, che qualunque dei due contendenti avesse prevalso il potere del senato sarebbe stato irrimediabilmente compromesso).

Lo scontro, sempre latente, si mantenne sempre entro i limiti delle tradizionali forme di governo del potere romano, fino al 49 a.C., quando il senato intimò a Cesare di rimettere il suo comando delle legioni che aveva condotto alla conquista delle Gallie, e di tornare a Roma da privato cittadino. Il 10 gennaio abbandonando gli ultimi dubbi, (Alea iacta est), Cesare attraversò con le sue truppe il Rubicone dando inizio alla guerra civile contro la fazione opposta.

La guerra civile fu combattuta vittoriosamente da Cesare su tre fronti: il fronte greco, dove Cesare sconfisse Pompeo nella battaglia di Farsalo, il fronte africano, dove Cesare riusci ad avere la meglio sugli Optimates guidati da Catone il giovane con la decisiva battaglia di Utica, ed il fronte spagnolo, dove la battaglia decisiva avvenne a Munda sull'esercito nemico guidato dai figli di Pompeo, Gneo e Sesto.

Cesare, avuta la meglio sulla fazione avversa, assunse il titolo di dictator, assommando a se molti poteri e prerogative, quasi un preludio della figura dell'imperatore, che però egli non assumerà mai, ucciso alle idi di marzo nel 44 a.C.

La morte del dittatore, contrariamente alle dichiarate intenzioni dei congiurati, non portò alla restaurazione della Repubblica, ma ad nuovo periodo di scontri e di guerre civili. Questa volta però i due contendenti, Augusto e Marco Antonio, non erano i campioni di due fazioni tra di loro rivali, ma rappresentanti di due gruppi di potere che combattevano per il predominio sulla parte avversa, senza avere alcuna velleità di restaurare le Repubblica, che come istituzione storica risultava oramai superata.

La guerra civile tra Ottaviano e Marco Antonio terminò con la Battaglia di Azio nel 31 a.C., con la quale il futuro Cesare Augusto sconfisse il rivale Marco Antonio, dando inizio, se non nelle forme sicuramente nei fatti, al periodo imperiale della storia romana. Augusto mantenne in vita (formalmente) la Repubblica, di fatto trasformandola in una monarchia, pur nell'apparenza del Principato. Ufficialmente ebbe fine dopo il 235 d.C. In particolare, nel 284, l'imperatore Diocleziano, iniziò una nuova fase, il Dominato, cambiando radicalmente le antiche istituzioni romane.

modifica Personaggi della Repubblica

modifica Periodo iniziale della Repubblica

modifica Tarda Repubblica

modifica Letteratura latina del periodo della Repubblica

Media Repubblica
Tarda Repubblica

modifica Arte repubblicana

Per approfondire, vedi la voce Arte romana repubblicana.

modifica Bibliografia

modifica Collegamenti esterni